Paolo Rossi. In Memoria.

Entra a far parte della squadra di GiovaniSport una penna eccellente.
Sto parlando di Dario Zoppi e della sua capacità di comunicare evitando stereotipi e banalità; nelle sue riflessioni traspare sempre delicata ironia accompagnata da un velato sorriso.
Scriverà per noi articoli di fondo. Ecco il suo esordio. Benvenuto in Redazione.
R.G.

Estate 1982.
di Dario Zoppi

Avevo 10 anni. Prima di allora per me il pallone era solamente una forma solida indistinta, buona talvolta per qualche gioco in piscina. Il calcio era solamente un elemento chimico che si rintanava nel latte e formaggi con cui mia mamma mi rimpinzava nella speranza prendessi qualche etto (deve esserci stato un effetto boomerang stile azoto a lenta cessione visti i risultati odierni).

Poi il 5 luglio di quella estate afosa mi hai folgorato. In un estremo tentativo di combattere la noia mortale della solitudine estiva dai nonni in campagna (mio fratello aveva due anni e si interagiva come la nutella sulla carbonara) quel pomeriggio di un giorno da eroi ho acceso la tv e ti ho visto in Italia – Brasile.

È stato amore a prima vista: classe, magia, emozione e una sensazione che mai avrei pensato di provare prima. Incollato al televisore ti ho amato, adorato ed invidiato come solo un bambino di 10 anni sa fare.

Sperduto nel Delta del Po, appena finita la partita ho chiesto alla nonna di comprarmi subito un pallone, perché non potevo più starne senza.

Me lo ricordo ancora: un super tele giallo e nero che sarà costato come un trilogy di Damiani dato che si era nel mezzo del nulla in un unico emporio che vendeva dalle calze di nylon alla mortadella passando per le immancabili MS senza filtro.

Ho gioito e calciato con una foga tale che al secondo tentativo mi sono grattugiato l’alluce (come i più grandi talenti brasiliani avevo optato per la soluzione scalza, anche perché l’alternativa erano degli zoccoli di legno del peso di circa 5 kg l’uno) sull’asfalto della piazza del paese, ruvido come una sveglia all’alba in un giorno freddo di inverno.

Sono tornato a casa sanguinante ma felice, senza due etti di carne viva ma con la consapevolezza che era sbocciato un amore.

Di lì a poco avrei vissuto la gioia calcistica più grande in vita con lo scudetto della banda di Osvaldo.
Ciao Pablito, grazie di tutto. Ti devo i miei sogni.

 

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