Juniores Provinciali Verona. Interviste e riflessioni.
di Nicola Guerra.

Stiamo vivendo un momento difficile della nostra vita, preoccupati di quello che sta accadendo al di fuori di casa, attualmente nostro unico sistema di difesa.
Fiduciosi che le notizie che pervengono dai network nazionali e locali, portino piano piano ad un declino dell’epidemia, la Redazione di GiovaniGol cerca di mantenere vivo il contatto con il settore dilettantistico veronese. Questo perché essendo anche noi genitori e padri di ragazzi che militano nelle giovanili, vediamo i nostri figli, a seguito delle disposizioni restrittive, perdere le motivazioni di allenarsi e la speranza di ricominciare a solcare i campi di calcio.

Bussando alle porte e chiedendo permesso, abbiamo cercato di sentire il parere di alcuni mister del settore Juniores Provinciale, per captare da loro quelle sensazioni che abbiamo fatte nostre in questo brutto periodo. Il risultato è apparso subito chiaro dalle prime parole: ragazzi si, indirizzati su programmi di mantenimento fisico, ma traumatizzati dalla mancanza di rapporto con amici e compagni di gioco, collegati virtualmente solo con lezioni interattive o piattaforme per poter inviare ed eseguire compiti con le scuole di appartenenza, unico modo attualmente per avere un collegamento didattico con i propri docenti.
Dalla scuola al calcio, abbiamo chiesto ad alcuni mister come stanno vivendo la situazione, sia loro che dei ragazzi e le comuni aspettative. Queste le riflessioni di alcuni tecnici:

Gibellini Federico, Audace Calcio: mai successo che saltasse il calcio, solo in tempo di guerra, ed è tutto dire; sono piuttosto sfasato, senza punti di riferimento: non avere neanche i professionisti da guardare non aiuta, passo intere giornate coi miei figli piccoli. Con i ragazzi continuiamo a sentirci per il programma atletico: ma pare non si possa neanche più fare quello: un disastro! Proprio ieri si diceva che forse dopo Pasqua si riprendeva; si vive alla giornata ma non perdo la fiducia nella funzione sociale del gioco più bello del mondo.

Permunian Giuseppe, Casaleone: riesco a mantenere contatti con il gruppo WhatsApp. Da quello che capisco il campo manca un po’ a tutti. Sul fatto che possa finire qui il dispiacere è enorme, ma è anche giusto pensare alla salute dei ragazzi.

Laperni Mattia, Valdalpone Roncà: è una bruttissima situazione, però in questo momento dobbiamo rimboccarci le maniche rispettando le regole e fare qualche sacrificio. Questo stop ci deve far pensare quanto siamo fortunati a fare sport, mentre molte persone per tanti problemi lo vedono solo alla tv; i ragazzi li sento un paio  di volte alla settimana, ogni lunedì mando il programma allenamenti da fare sempre rispettando le regole. Alcuni ragazzi non si rendono conto di quello che stiamo passando e questo è molto grave, parlo in generale non solo dei miei. La politica assistita dalla medicina giustamente prende delle decisioni…vedremo.

Mattioli Edoardo, Scaligera: tutto in un colpo ci siamo fermati con il calcio e dopo due settimane col lavoro a causa del Covid19.  Il mio tempo lo passo in campagna, ho un orticello ed un vigneto. Coi ragazzi ci teniamo in contatto. Gli ho preparato una scheda da fare a casa per stare in allenamento ed a quanto sembra lo svolgono volentieri: un’oretta al giorno. Mi mancano molto…come mi manca il campo e tutto l‘ambiente della Scaligera dove ho trovato persone oneste e brave nei loro compiti. La sosta va bene. E inutile rischiare la vita ora… vanno fatte tutte le considerazioni del caso per la salute degli atleti e degli addetti ai lavori.  Deciderà la Federazione su come e cosa fare per questo campionato e quello futuro. In queste situazioni non conta il risultato, conta la salute delle persone.

Dall’Oglio Luca, BNC NOI: essendo un consulente finanziario, in questo momento ho altro a cui pensare. Con i ragazzi ci interfacciamo sul gruppo su Whatsapp. Li sento poco, ma mi sembrano tranquilli, capiscono la situazione. Credo che per quest’anno non si giochi più, l’emergenza sanitaria durerà fino all’estate. Giusto provvedimento in quanto la salute pubblica è più importante.

Immagini che tutti vorremmo rivedere quanto prima…

 

La riflessione del Reporter:

L’Italia sta affrontando i giorni più difficili da quando è scoppiata l’emergenza sanitaria del Coronavirus. Nelle ultime settimane la situazione epidemiologica è visibilmente peggiorata, soprattutto nel nord Italia, ed è attualmente in rapida espansione.
Il virus, oltre a condizionare il nostro modo di vivere, le nostre abitudini e le nostre certezze, sta causando un inceppamento dell’ingranaggio capitalistico su cui si fonda la nostra economia. A tutto ciò, si aggiunge lo stato del nostro sistema sanitario, messo a dura prova da un numero di contagi registrati che cresce a un ritmo di centinaia di nuovi contagi al giorno.
Una situazione inedita, che sta inevitabilmente toccando ognuno di noi.

Non è facile dare una risposta unica sulle reazioni che stiamo dimostrando da quando si è diffuso in modo così capillare il Coronavirus. La filosofia parlerebbe di “reazione etiche”, indicando il comportamento che manifestiamo una volta avvenuto un fatto. È difficile generalizzare il problema per diversi motivi: il più significativo, forse, è che fino a qualche giorno fa, prima che tutto il territorio nazionale diventasse interamente “zona rossa”, il nostro Paese stava vivendo l’emergenza sanitaria in modo diverso. La Lombardia e altre 14 province del nord Italia (tra Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna), sono state messe in uno stato di isolamento, anche se spesso c’è stato chi ha cercato di trasgredire dall’indicazione del restare a casa. Nel nord del Paese erano state istituite “zone rosse” e la mobilità è stata particolarmente limitata fin dallo scorso 7 marzo, data dell’approvazione del decreto emanato dal Governo che stabilisce le restrizioni. In altre parti d’Italia come Roma, nelle scorse ore sembrava che la reazione etica, guidata dalla tonalità emotiva della paura, che sulle prime faceva tendere all’isolamento e alla distanza discriminatoria di coloro che ci sono più prossimi, avesse lasciando il posto a un’altra condotta morale, tutt’altro che discriminatoria, che si fonda sulla tutela dell’interazione sociale.
Ha cioè preso piede un ricorso alla socievolezza, che ricorda, per il suo intento, l’iconografia delle famose “Danze Macabre” realizzate nel corso del ‘300 per scongiurare la paura della morte durante l’epidemia della peste che decimava l’Europa. I cittadini imbastiscono incontri dai toni festosi e spensierati, in cui si conversa, si scherza e si manifesta la più spontanea affinità. Ciò rivela un rinnovato gusto della fraternità nel tessuto sociale: le persone riscoprono un sentito bisogno dell’altro con cui relazionarsi per diradare la paura. Questa tendenza rivela anche un comportamento tale per cui ci si fa beffe del rischio, arrivando a non dare ascolto alle misure precauzionali imposte dal Governo per ragioni di contenimento dell’epidemia, tra le quali primeggia l’evitare assembramenti di persone. Questa reazione etica, tuttavia, sta scemando in seguito alle ultime direttive del Governo, valide su tutto il territorio nazionale ed espresse dal premier Giuseppe Conte, che hanno esteso la zona “protetta” all’intera nazione con il divieto di spostamenti superflui, non giustificati, e privi di autocertificazione che attesti comprovate ragioni per muoversi. Si tratta di una condizione tale per cui, ciò che è considerato un bene in sé, come la socialità e l’aggregazione, diventa un male e causa di conseguenze nefaste.

#iorestoacasa

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