Editoriale. Il problema grave della discriminazione.
di Carola Turco.

L’emergenza per il Covid-19 sta mandando a soqquadro la nostra vita di tutti i giorni. Tra allarmismi decisamente esagerati, divieti assurdi, norme incomprensibili e a volte insensate, stiamo perdendo un po’ la bussola. Siamo arrivati a dover convivere con parole come “coprifuoco“ e “lockdown“, termini che fino a sei mesi fa nessuno conservava nel proprio vocabolario. Anzi, molti nemmeno ne conoscevano il significato e la portata, soprattutto mediatica. 

Tra le varie decisioni “cervellotiche“ prese dai nostri governanti – e non sono certo poche – una che ha destato quantomeno una giusta dose di stupore è stata quella riguardante gli sport giovanili cosiddetti “di contatto“, bloccati a livello provinciale ma non a livello regionale. In sostanza ai primi è stato concesso solamente la possibilità di allenarsi individualmente (ve lo immaginate un allenamento senza partitella finale?) mentre i secondi possono continuare come se nulla fosse.
Non solo nelle giovanili, l’assurda discriminazione ha coinvolto anche le prime squadre dove la parte della vittima sacrificale l’ha fatta la terza categoria – da molti definita “l’ultimo gradino del calcio“ – chiamata a chiudere i battenti mentre dalla seconda categoria in su, tutto come prima. Infine la situazione grottesca in cui sono piombate le formazioni juniores – da sempre principale serbatoio delle prime squadre – che potranno continuare a giocare solo se iscritte al campionato regionale.
(ma probabilmente continueranno a giocare nelle rispettive prime squadre, 3^ categoria esclusa)

Le domande che ci poniamo sono molte ma, soprattutto, mancano le risposte.
Le formazioni regionali e nazionali rappresentano la fetta meno numerosa perà sono obbligate a lunghi viaggi per spostarsi fuori provincia e regione. Siamo sicuri che questo attenui la possibilità di contagio? Ma, soprattutto, a cosa è servito l’enorme dispendio di energie ed economico sostenuto dalle società sportive per rispettare, non senza difficoltà, un rigido quando complicato protocollo?
I dubbi e le perplessità, come possiamo vedere, restano.

Se si doveva fermare bisognava prendere una decisione drastica.
In sostanza o tutti o nessuno. Lo sport rappresenta da sempre un centro gravitazionale di unione e non certo di separazione. Ecco perchè, prima di arrivare a questo, bisognava agire su altri fronti, soprattutto a livello di prevenzione come scuola e trasporti.

Ma questo è tutto un altro film. (arrivederci al prossimo… DPCM intendo)

Allegorica la foto di copertina (di Emanuele Bertoldi), l’arbitro rappresenta i poteri forti che in questo momento negano la possibilità di continuare ad una categoria di giovani (provinciali), discriminando senza una ragione tecnica o una giustificazione.

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